Disagio adolescenziale...
e nuovi livelli di responsabilità

Di paolo giovanni zani

Questo articolo vuole offrire una seria occasione per riflettere sul disagio adolescenziale senza scorciatoie o alla ricerca di capri espiatori. Questi ultimi permettono agli adulti di non offrire il fianco al dolore che si prova nel momento in cui si vive una ferita per aver contribuito alla manifestazione aggressiva di una sofferenza profonda. Un contributo che vuol essere un richiamo a ritrovare quella funzione pedagogica adulta, necessariamente presente trasversalmente nella società, che diviene fattore protettivo nel processo di crescita di un bambino, poi adolescente ed infine adulto del domani.

“… non ti stupire se dal niente faccio drammi
Ho paura di lasciare al mondo soltanto denaro
Che il mio nome scompaia tra quelli di tutti gli altri
Ma c’ho solo vent’anni
E già chiedo perdono per gli sbagli che ho commesso
Ma la strada è più dura quando stai puntando al cielo
Quindi scegli le cose che son davvero importanti
Scegli amore o diamanti, demoni o santi”

(“Vent’anni” – Måneskin)

Quando ci troviamo di fronte a fatti di cronaca che mostrano disagi adolescenziali significativi diveniamo tutti giudici e semplifichiamo il tutto “sparando” sentenze. 

Chiaramente finché i fatti toccano le altre persone e non la nostra sfera privata.

Se invece siamo coinvolti in prima persona avremmo bisogno di persone meno giudicanti e più accoglienti e soprattutto che comprendessero, senza giustificare, la complessità del disagio.

Poi quando giriamo le città, leggiamo i giornali, ascoltiamo i radiogiornali sentiamo situazioni che ci toccano nel profondo e innescano in noi un sentimento da adulti di “vendetta”:

  • ragazze preadolescenti che per un ragazzo si aggrediscono selvaggiamente,
  • baby gang che fanno paura agli adulti nel bel mezzo delle grandi città,
  • adolescenti che sono in grado di aggredire ed uccidere un pari età per futili motivi,
  • giovani studenti che insultano e aggrediscono gli insegnanti,
  • il “branco” che, qualche anno (ormai rimosso), fa buttava sassi dai cavalcavia…

La sentenza degli adulti è sempre chiara, lineare e semplice!

Dall’alto della nostra adulta “posizione di verità”, chiaramente non coinvolti, sentiamo che “è tutta colpa dei genitori” e se noi fossimo al posto di questi avremmo cresciuto quei figli in maniera diversa e più dura, più severa… insomma più “giusta”.

Quindi troviamo scorciatoie e iniziamo a valutare “ricette” che rimettono al loro posto tutti.

Quindi diviene fondamentale:

  • reintrodurre il servizio militare,
  • inasprire le pene anche in età minori,
  • attivare percorsi preventivi per genitori (“veri colpevoli o semplici capri espiatori”),
  • sviluppare percorsi preventivi nelle scuole.

Tutto questo soprattutto se l’”onda emotiva” del momento è alta e quanto la cronaca ci ha colpito nel profondo.

Sempre risposte “superficiali” a disagi complessi!

Analizziamo un po’ di più.

Un bambino, fin dal primo anno di vita, non rimane, diversamente da qualche decennio fa, all’interno della famiglia ma, si spera almeno dai 9 mesi del bambino molto spesso anche prima (per impossibilità lavorative), viene affidato a delle strutture educative.

Il bambino, quindi, entra nel mondo delle agenzie educative che affiancano il ruolo del genitore per parecchi anni.

Per quanti anni?

Sicuramente fino a 16 anni, fine obbligo scolastico, o meglio a 18, con la conclusione dell’obbligo formativo (sfido chiunque a trovare un’azienda che assuma prima dei 18 anni), spesso fino alla maturità ed anche, speriamo tutti, alla laurea.

Quindi chi si occupa dell’educazione di quel bambino, futuro adulto, sono diverse agenzie educative e quindi sono presenti diversi adulti che lo accompagnano e lo educano.

Inoltre non possiamo valutare, in questo arco temporale di crescita parecchio lungo, che è presente e si affianca anche una “educazione subdola”… non tanto quella ”informale” legata a contesti non formalizzati (es. un luogo d’incontro come una volta era il nostro cortile, la panchina…) bensì “quella virtuale”.

Si raccomanda agli adulti che un minore non venga esposto precocemente ai dispositivi elettronici, che non abbia un cellulare proprio prima dei 14 anni e che non possa avere accesso ai social fino ai 16 anni… Ma sappiamo che non è così! “Colpa” dei genitori?

Spesso però i genitori sono all’interno di un “gruppo di genitori” (contesto sociale e culturale di appartenenza) che a volte fanno una specie di “gara” a chi accontenta di più il figlio per essere “eletto il genitore dell’anno”.

Questi dispositivi quindi entrano nelle case ed educano…come???

Non lo sappiamo…o meglio lo sappiamo ma non vogliamo vedere…dipende dai messaggi martellanti (parole, immagini, suoni, musiche, testi, azioni…) a cui il minore si sottopone (costantemente e per più ore al giorno)…ma educano!

Quando ci troviamo di fronte a queste forme severe di disagio adolescenziale non possiamo considerare il genitore come l’unico “capro espiatorio”, semplificando la situazione e mettendoci il “cuore in pace”.

Ci sono “4 livelli responsabilità” di fronte ad un disagio adolescenziale che chiamano in causa tutto “il sistema educante” e soprattutto tutti gli adulti di quella comunità socio-culturale:

  • “Livello genitore”: i genitori faticano ad assumersi la responsabilità educativa spesso demandano, non hanno una impostazione genitoriale, sono permissivi, in alcuni casi negligenti, basano molto sull’apparire e poco sull’esempio…
  • “Livello adolescente”: quando siamo in presenza di una azione antisociale la responsabilità dell’adolescente quasi “si perde e sparisce”, in realtà è fondamentale che questo ripari profondamente e si assuma la responsabilità delle conseguenze…
  • “Livello adulti”: gli adolescenti hanno incontrato più figure adulte in diverse agenzie educative (scuola, sport, comunità, oratori…) che hanno contribuito al processo di crescita, maturazione e sviluppo di quell’adolescente in maniera significativa e certa… soprattutto tramite il loro esempio (es. genitori, cantanti, atleti, politici, sacerdoti, insegnanti…)…
  • “Livello virtuale”: siamo tutti a conoscenza del monte ore virtuale a cui i figli sono esposti fin da molto piccoli, che contribuiscono in maniera consistente ad educare, ma il mondo virtuale è governato da adulti che negano le loro responsabilità sociali…

Quando un adolescente o una adolescente mostra un disagio con azioni che fanno rabbrividire per la disumanità da adulti non possiamo chiamarci fuori!

Sappiamo con certezza che hanno bisogno di adulti strutturati, li cercano, li desiderano e li vogliono incontrate ma forse, senza troppi forse, ne trovano sempre meno!

E se la fonte del “problema” fosse la mancanza di figure adulte educanti, significative, strutturate, solide, coerenti, umane e credibili nei vari livelli di questa responsabilità???

In fin dei conti…quello che fa ancora più riflettere… facendo ancora un ulteriore sintesi…è che questi livelli sono due: ossia il livello dell’adulto e quello dell’adolescente.

Se fosse la società nelle diverse singolarità e nell’esempio quotidiano a dover eseguire una svolta importante e decisa nel proprio modo di essere adulti?

Questa è la sfida seria che dobbiamo affrontare se vogliamo permettere ai nostri meravigliosi adolescenti di esprimere i loro talenti (non solo quelli dei talent-show) contribuendo un’umanizzazione di questa società che forse, senza troppi forse (?), noi adulti abbiamo perso!

“E andare un passo più avanti, essere sempre vero
Spiegare cos’è il colore a chi vede bianco e nero
E andare un passo più avanti, essere sempre vero
E prometti domani a tutti parlerai di me
E anche se ho solo vent’anni dovrò correre per me

E sarai pronto per lottare, oppure andrai via
E darai la colpa agli altri o la colpa sarà tua
Correrai diretto al sole oppure verso il buio
Sarai pronto per lottare, per cercare sempre la libertà”

(“Vent’anni” – Måneskin)

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