Educere Ludendo
di nathan Damioli
Giocare è una cosa che possono fare tutti, ma non tutti sanno farlo, il gioco è ovunque: nella ritualità dei gesti, nell’accettazione della sfida, nella consapevolezza della regola che diventa spazio.
Giocare è una cosa seria, o meglio, è una serietà senza peso, paradossalmente è una libertà possibile solo in presenza di vincoli, argini e confini.
Giocare non è evasione, per quanto in gergo assuma una significanza opposta, chi gioca non perde tempo, ma lo trasforma.
L’adolescenza del tempo della complessità è sempre meno predisposta a giocare, addirittura cancella quest’abitudine a partire da una preadolescenza sempre più anticipata: la pressione scolastica, la dematerializzazione e la competitività sociale portano molti ragazzi e ragazze ad abbandonare la dimensione del gioco, a favore di una passività ricreativa che impoverisce la loro esperienza, riduce la propria capacità di astrazione ed esclude preziosi margini di contatto e apprendimento informale.
Lo stesso per gli adulti, anche per loro il gioco sembra risuonare una cultura tipicamente infantile e bambinesca, quando ciò che si anima in loro nell’esperienza ludica è qualcosa di cui hanno ancora evidentemente bisogno.
Giocare è conoscere, qualcuno diceva che giocare è come indossare una maschera, ma non di quelle che nascondono il viso, ma una di quelle maschere tipiche del teatro antico, che sappia, al contrario, amplificare la voce di chi la indossa.
Ho imparato a conoscere gli adulti soprattutto giocando con loro, nei loro occhi riaffiora una percezione di autenticità che spesso celiamo nella formalità e nella compostezza dell’adultità.
Scrivo queste parole perché credo che giocare sia diventata una delle cose più sottovalutate del mondo, quando nasconde una generatività diversa dal produrre, una vitalità in potenza e un’indispensabile responsabilità di partecipazione.
Il gioco rappresenta una delle forme primarie attraverso cui l’uomo sviluppa la cultura, è un’attività dotata di un proprio senso e significato, che traccia un proprio spazio separato dalla realtà quotidiana, che richiama il principio dell’essenzialità, che prepara alle sfide della realtà.
Giocare è sempre un’esperienza di incontro, comporta la costruzione di relazioni rispettose, è un’educazione silenziosa alla reciprocità, all’attesa del proprio turno, alla cura del corpo nella sua integralità, alla sensibilità del contatto.
Giocare è uno spazio di libertà, ma allo stesso tempo di struttura, in cui attraverso il rispetto delle regole si sperimenta la complessità della convivenza e la fatica dell’equità.
Le regole non rappresentano un limite, ma una condizione essenziale affinché tutti possano divertirsi: chi partecipa condivide un codice, riconosce negli altri il proprio stesso impegno nel mantenere viva un’esperienza, interiorizzando il senso della giustizia e della complicità.
Giocare significa riscoprire la meraviglia, lo stupore e la genuinità dell’infanzia.
È un ritorno all’essenza più pura di sé, un viaggio nella spontaneità, nell’istinto creativo e nella gioia del fare senza secondi fini.
Nel gioco, le convenzioni sociali si allentano, le aspettative si dissolvono e resta solo il piacere di esplorare, immaginare e sperimentare.
È un tempo sospeso in cui il bambino interiore può esprimersi liberamente, senza paura di sbagliare, perché ogni errore può essere riscritto, perché ciascun colore può uscire dai bordi.
Giocare significa immaginare mondi possibili, dare forma all’invisibile e trasformare l’ordinario in straordinario, una semplice foglia può diventare una moneta di valore, una parola può evocare un universo, un prato fiorito può raccontare l’inizio di un’avventura.
Ogni gioco racconta qualcosa, anche senza parole, è storia che si svela nell’azione, è un senso che si costruisce nel fare.
Giocare è anche fingere, ma anche la finizione custodisce una sorprendente prospettiva: ci consente di calare noi stessi nelle vesti di qualcun altro, accettandone le contraddizioni in corrispondenza del nostro essere, apre le porte ad una possibile rappresentazione di noi stessi, una necessità sempre più comune in un tempo segnato dal costante voler essere “più”, “meno” o addirittura “qualcos’altro”.
La finizione, soprattutto nella dinamica di gioco, è uno strumento di distinzione tra persona e personaggio, è un invito a cogliere forme di esempi positivi e una consegna di lasciarsi alle spalle ciò che è disfunzionale e incompatibile con la realtà.
Giocare non è competere, per quanto la competizione possa educarci alla sconfitta e alla dedizione, questa implica una considerazione in termini di distinzione: nella competizione ci sono vincitori e vinti, nel gioco, invece, vinciamo entrambi: trionfa il divertimento, la necessità di percepirsi in uno spazio altro in cui ritrovarsi, in cui riconquistare un propria dimensione armoniosa in mezzo agli altri.
Giocare è un’alternativa onnipresente, non serve niente per farlo, il gioco si nutre solo del sorriso e dell’energia di chi vi partecipa, il gioco attraversa le età, il gioco unisce le persone.
Giocare è un rito, perché il gioco ha un inizio e fortunatamente una fine, non è casualità, ma segue una sequenza precisa all’interno di regole, spazi e tempi definiti.
È un’altra dimensione che abbiamo perso, di cui abbiamo sempre più bisogno per valorizzare la qualità e la continuità del tempo che stiamo vivendo e condividendo con qualcuno.
La ritualità si cela nel fatto che ogni gioco abbia delle formule, dei gesti ricorrenti, dei meccanismi che si ripetono: si lancia un dado, si traccia una linea, si decide chi comincia, ciascuno distingue un passaggio tra il prima e il dopo.
Nel gioco come nel rito, ogni azione ha una sua rilevanza, basta poco per spezzare la solennità di un momento così sacro.
Giocare non è solo un ricordo fotografico della nostra infanzia, ma una scelta che ci accompagna sempre.
Ogni età ha il suo gioco, ciò non significa che il gioco non possa unire più generazioni.
Non è questione di tornare bambini, ma di riscoprire un’esperienza che faccia più rumore della vergogna, dell’imbarazzo e della paura.
Il gioco non è un’età, è una postura e in fondo chi non gioca non lo capisce.