Padri...persone "sufficientemente buone"
Di paolo giovanni zani
Gli articoli della rivista di Pedagogia Clinica del prof. Giuseppe Talamucci dal titolo Progetto, nascita e sviluppo del bambino hanno fornito diversi stimoli di riflessione soprattutto inerenti al ruolo dei genitori nello svolgimento delle funzioni genitoriale dal progetto di coppia fino ai tre anni di vita del figlio.
Figura paterna e materna reciprocamente coinvolte all’interno di dinamiche familiari e nello svolgimento di un ruolo educativo che sta subendo una considerevole evoluzione collegabile, principalmente, al cambiamento della struttura organizzativa del nucleo familiare ed all’evoluzione dell’identità di genere. La famiglia è soggetta ad una serie di pressioni derivanti dal contesto socio-economico di appartenenza che la spingono verso una dimensione alternativa di vita. L’ingresso della donna nel mercato del lavoro ha comportato ripercussioni anche nell’ambiente intrafamiliare con una modificazione del ruolo materno e, inevitabilmente, di quello paterno. Un padre “sufficientemente buono” che si deve riappropriare di quella funzione fondamentale di autorevolezza che superi la visione tradizionale di padre padrone descritta nel libro di Gavino Ledda.
Oggi ci troviamo di fronte ad un padre incerto poiché da una parte è consapevole dell’ormai inevitabile e faticoso, a causa dell’energia psichica richiesta, cambiamento ma dall’altra la nuova rotta non è ben definita, anzi rimane confusa all’orizzonte. Di fronte ad una tale situazione una persona può aggrapparsi alla tradizione (“Così ha fatto mio padre…”), può non intervenire nelle questioni educative familiari seppur il partner lo richieda (“Piuttosto che combinare guai…”) oppure può arrabattarsi ascoltando i diversi suggerimenti provenienti dalla famiglia, dagli amici, dai parenti o dall’esperto mediatico (“Hanno fatto così ed ha funzionato quindi…”, oppure “Lui è l’esperto…”).
Il padre rimane emotivamente incastrato dibattendosi all’interno di una serie di modelli consigliati da evitare (i padri mammi, della televisione, in carriera, senza tempo) o da perseguire (autorevoli, dialoganti, presenti, affettivamente caldi) senza saper bene cosa fare e scordandosi dell’importanza del suo “semplicemente ed umanamente esserci”.
La teoria dei Pattern di attaccamento di John Bowlby sottolinea l’importanza della presenza, nei primi tre anni di vita, dell’adulto che si occupa del bambino per l’interiorizzazione di ciò che definisce “Modello Operativo Interno”. Un Modello, una rappresentazione mentale, che il bambino introietta della realtà esterna, dell’immagine di sé e degli assunti fondamentali di come funzionano le relazioni interpersonali attraverso il vissuto relativo al rapporto con la figura affettivamente importante. La strutturazione di un pattern sicuro di attaccamento permette al bambino una positiva e significativa esplorazione ambientale e sociale circostante con le sue molteplici possibilità di sperimentazione. Inoltre l’assimilazione profonda, da parte del bambino, di modelli relazionali consistenti e soddisfacenti gli permettono una strutturazione di personalità equilibrata e lo preparano al futuro, seppur lontano, compito genitoriale.
Quindi l’immersione del bambino all’interno di una dimensione triadica padre-madre-figlio diviene un gioco relazionale fondamentale nella strutturazione di un pattern che permetta il distacco e l’esplorazione libera ed affettivamente sicura dell’ambiente circostante, cosi come definito dalla pedagogista Emmi Pikler, necessarie per una crescita armonica. Per non parlare dell’identità di genere che si struttura attraverso un processo di uguaglianza (“Uguale a me!”) ma anche tramite un processo di differenziazione (“Diverso da me”).
È triste sentire giovani coppie che considerano l’importanza del padre, nel primo anno di vita del bambino, irrilevante seppur tra bambino e genitori, potenzialmente, si possa creare un rapporto con «attaccamento plurimo». Un attaccamento sicuramente basato sulla diversità del legame, più intenso e fusionale con la madre rispetto al padre ma comunque per nulla irrilevante in quanto a consistenza affettiva ed importanza evolutiva.
L’esperienza di padre vissuta e sentita negli interventi in gruppi genitoriali non può non far riflettere. È un momento di forte impatto che ti proietta, dal concepimento, in un batter d’occhio dall’altra parte della staccionata nel mondo adulto, quella di papà. Ruolo che sovraccarica di responsabilità il proprio esserci nella quotidianità della dimensione familiare e la riempie anche di mille speranze, di preoccupazioni, di aspettative e di paure. Rientra in uno spazio mentale che il padre si ritaglia nella propria mente fin dal periodo gestazionale e che apre le porte ad un avvenire pieno di incertezze per il viaggio appena iniziato. Un cammino che non inizia dalla nascita, bensì dal momento in cui si progetta di avere un figlio e che dal concepimento compare sbiadito all’orizzonte.
L’aver vissuto la gioia ed il disorientamento del sentire «Sono incinta!», il vivere in attesa la gravidanza, il provare emozioni contrastanti durante il travaglio ed il parto fino alla gioia, mista alle lacrime, della nascita quando il padre può presentare al mondo il proprio figlio:
– “Innalzandolo verso il cielo di fronte alla comunità”.
Vissuti dove la presenza costante del partner definiscono e consolidano ulteriormente la coppia nella relazione con la loro creatura.
È difficile, forse impensabile umanamente non esserci nelle visite mediche, nelle ecografie, nel corso preparto, nel travaglio, nel parto, nella nascita e nella crescita del proprio bambino. E per un padre ancora di più, vista la ormai diffusa difficoltà da parte del figlio nell’interiorizzazione della figura paterna che ostacola l’elaborazione individuale di alcuni dimensioni relative al rispetto del limite ed a competenze di autocontenimento utili allo sviluppo di se stesso.
Desiderare un figlio, accoglierlo ed allevarlo sono aspetti che coinvolgono totalmente tutti e due i genitori. Diviene un impegno che coinvolge interamente la coppia fin dal periodo prenatale.
Il periodo gestazionale richiede un’acquisizione di responsabilità da parte della mamma e del papà. Madre e padre che divengono coprotagonisti di un ruolo genitoriale che li chiama entrambe, in ogni momento, ad essere attivi in questo lungo, faticoso e gratificante incarico. L’assunzione di questo status richiede, quindi, uno sforzo comune e condiviso e non permette, a nessuno dei due membri della coppia, di rimanere in periferia rispetto a questo importante evento. Infatti vivere ai margini implica l’insorgenza di conseguenze che si ripercuoteranno nell’ambito relazionale con il proprio figlio.
La ricerca scientifica, con la moderna tecnologia che ha a disposizione, in ambito prenatale è riuscita a dimostrare che il bambino è dotato di sensorialità, di un nucleo psichico e di una memoria, nella quale registrare le diverse afferenze.
La madre ed il padre interagiscono e dialogano con il proprio bambino già nei suoi primi giorni di vita intrauterina. Il dialogo che si instaura produce un ciclo d’azione e reazione all’interno della struttura relazionale creatasi.
Il filosofo del dialogo Martin Buber considera il principio dialogico Io-Tu fondamentale per la formazione dell’identità soggettiva attraverso quel lungo cammino dell’uomo che inizia ancor prima della nascita. Nel dialogo fra l’io ed il tu si coglie il senso autentico della vita e la persona prende coscienza di sé e della propria soggettività.
Questo è un obiettivo esistenziale non rivolto solo al bambino che si sente cullato, bensì anche da coloro che lo tengono tra le braccia. Mettersi come genitore costantemente in gioco in un continuo ed inesauribile processo di crescita alla ricerca di una conferma esistenziale che riempie la propria vita e quella di chi si trova accanto.
In Pedagogia Clinica la coppia è in ogni momento presa in considerazione soprattutto per quanto riguarda gli elementi di fondo che caratterizzano l’evoluzione di un soggetto. È necessario rendere coscienti i padri e le madri al fine di una maggiore considerazione ed una attenta salvaguardia a quel dialogo virtuoso all’interno del gioco triadico familiare, dove anche il padre possa impossessarsi, avendo lo spazio relazionale per farlo, di quel ruolo che a volte sembra smarrito.
Dal progetto di coppia il papà si trova a ricoprire un ruolo di “co-protagonista” che continuerà negli anni successivi e sempre più spesso avrà la possibilità di collaborare con la mamma nella routine quotidiana della famiglia. Quando un padre esplica il suo ruolo in modo attivo e positivo, soprattutto nell’area educativa dei propri figli, ogni componente della famiglia ne trae un beneficio. I bambini cresciuti con i padri accanto, ma soprattutto con i quali hanno avuto un rapporto di intima confidenza e rispetto reciproco, sono più sani, felici e produttivi.
Il padre ha bisogno, in questo suo cammino evolutivo personale, di una figura a fianco che lo sostenga e che lo supporti per il bene dei figli ma in primis per il bene della coppia stessa. Compagne o mogli che per vari motivi inconsci (timore di rompere il legame con il proprio figlio, non volere intromissioni nella relazione educativa, non stima nei confronti del proprio partner, paura di perdere un rapporto esclusivo con il proprio bambino…) “boicottano” il padre incidono indirettamente ed in maniera significativa sulla crescita del figlio e sul rapporto di coppia.
Il “boicottaggio” non è più recuperabile successivamente, per esempio nell’età adolescenziale, non solo per il fatto che il padre non è presente fisicamente ma prevalentemente perché la figura paterna non è stata interiorizzata, fatta propria, da parte dei ragazzi. Questo significa che il ragazzo o la ragazza, futuri adulti, hanno perso tutte quelle caratteristiche utili ad una sua armonica personale crescita ed a quelle delle future generazioni.
Nella considerazione olistica dell’uomo non possiamo vedere il padre o la madre solo come genitori, oltre al ruolo genitoriale esistono degli aspetti personologici che sono il substrato fondamentale per essere un “sufficientemente buon” papà o una “sufficientemente buona” mamma.
Attraverso la relazione che si crea con il Pedagogista Clinico l’individuo può approfondire quegli aspetti globali di Sé, che possono rinnovare il modo di vivere la propria esistenza dandole più senso e significato.
È un poter e voler guardarsi dentro per riflettere, in un ambiente tutelante e non giudicante, su quelle dimensioni intime relative ai vissuti affettivo-emozionali-sessuali, ai nuclei reputati problematici e a quelle difficoltà e paure che ostacolano la libera espressione della personalità.
Anche la coppia può affrontare nel tempo quelle dinamiche relazionali che inficiano la possibilità di considerarla un rifugio dove potersi rigenerare dopo una giornata lavorativa stressante, seppur gratificante.
Attraverso opportune occasioni stimolo cariche di elementi emotivi, fornite dalle diverse metodologie proprie del Pedagogista Clinico in studio o in atelier, la persona, anche all’interno di un gruppo, riceve delle sollecitazioni perfezionanti e maturanti fino a realizzare un sostanziale equilibrio. Queste stimolazioni innescano dei processi di «autoapprendimento», potenzialmente presenti ad ogni età nell’arco esistenziale dell’uomo, influenzanti le dimensioni di personalità verso una efficace armonizzazione del Sé.
L’approfondimento della biografia personale o di quella di coppia può essere considerato metaforicamente una nave che in un porto sicuro si sta ben attrezzando per poter affrontare i diversi imprevisti che s’incontrano vagando per gli oceani sociali da solo o in compagnia di una persona, con la quale si vuole condividere un frammento o un lungometraggio dell’esistenza. Come in un famoso romanzo scritto da Joseph Conrad La linea d’ombra dove un giovane capitano viene chiamato a comandare una nave partendo da un porto dell’Oceano Indiano:
«Una nave! La mia nave! Mia, più assolutamente mia in quanto a possessione e cure, di qualunque altra cosa al mondo: un oggetto di responsabilità e devozione. Mi aspettava incantata, incapace di muoversi, di vivere, di vagare per l’immenso mondo, come una principessa di fiaba. Il suo richiamo era giunto a me calando dalle nuvole. Non avevo mai sospettato la sua esistenza. Non sapevo ancora come fosse, conoscevo appena appena il suo nome, eppure già eravamo indissolubilmente uniti per una certa porzione del futuro, e destinati a galleggiare o a colare insieme.»
Il viaggio è un’allegoria di un navigare interiore in cui le insicurezze, le insidie, i pericoli, i sensi di colpa e le paure vengono superate con il coraggio e la volontà di non arrendersi. Un’esistenza che diviene soddisfacente quando arricchita da quei momenti quotidiani, se ben compresi e ben considerati, che la rendono per ognuno semplicemente speciale.
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