Infelici e contenti, appunti sulla felicità
di nathan damioli
“Io non mi sono mai rassegnata a pensare che non mi spettasse la felicità. Ci ho provato ogni giorno. Quando mi dicevano: “Tu che cosa vuoi fare nella vita”, rispondevo non lo so, ma voglio essere felice.” (Michela Murgia)
Devo aver perso il conto delle volte in cui mi sono ritrovato ad ascoltare quest’intervista, eppure nelle parole luminose di Michela risuona una promessa che ancora troppo spesso rischiamo di tradire, una felicità fragile che non sappiamo riconoscere, che non ci appartiene, che non pensiamo di meritare, dalla quale sia prudente fuggire per mettersi in salvo.
Ricorderete senz’altro di Martina e della sua cherofobia, la paura di essere felici, la curiosa sensazione che ogni indizio di felicità sia in realtà insidiato dal timore che qualcosa di storto ci attenda dietro l’angolo.
Questa presunta legge dei grandi numeri definisce la felicità come una trappola, una condanna, un’illusione, un bisogno, il nostro essere vulnerabili.
La sentenza di pensare di non meritarci la felicità è spesso condizionata all’abitudine di farci carico del peso delle nostre colpe, dei giudizi oppure ancora dalla concezione di essere prigionieri delle nostre stesse azioni.
L’auto-sabotaggio può celarsi all’interno di una dinamica di confronto con gli altri, dalla quale rischia di emergere l’erronea convinzione di essere “meno degni” di poter godere di un “prestigio” apparentemente proibito.
In alcuni casi, la cherofobia appare una reazione di opposizione alle aspettative altrui e ad un modello di felicità socialmente imposto, alienante e incompatibile con le nostre aspirazioni.
Altrettante volte il timore della felicità è animato dalla paura di perdere il controllo, per cui la felicità non può essere una condizione eterna, ma una precarietà profondamente segnata da un’inevitabile punto di rottura, pronto a sprofondare nell’oblio della sofferenza.
Che sia forse troppo bella per essere vera, il timore della felicità reale si scontra con la possibilità di deludere le nostre stesse aspettative, infrangendo ogni speranza di compimento e piena realizzazione.
C’è una felicità ideale, troppo perfetta, tanto luminosa quanto lontana dalla nostra natura imperfetta.
Al contrario, paradossalmente, la concezione di una felicità da assaporare nella sua effimerità appare talvolta insaziabile, tristemente consolatoria e tremendamente frustrante.
Il senso di colpa, la sofferenza e il dolore possono impedirci di accoglierla, come se per farlo sia necessario liberarci da ogni ferita del passato e del presente, un ideale che nessuno potrebbe davvero mai raggiungere.
Potremmo sostenere che anche la felicità nasconda una sua fragilità, non tanto nel saperla riconoscere quanto più nel custodirla, fragile al tocco, pronta a frantumarsi nell’impresa di poterla maneggiare con cura.
La felicità non è solo uno stato, ma è un luogo di soglia, un impegno e un’apertura che implica un cambiamento e di conseguenza la necessità di lasciarci alle spalle qualcosa di noi.
Non è un’ espressione egoistica di fronte alle ingiustizie che ci circondano.
Non è un premio da conquistare, ma un dono da accettare, anche quando ci sentiamo fragili.
Non è un fatto oggettivo, ma una prospettiva, una scelta di sguardo sul mondo e sulla nostra vita.
Non è un privilegio, ma una necessità.
Non è un obiettivo circoscritto all’individualità ma è un cammino condiviso verso la conquista del bene comune.
Non è un debito.
Non è un pegno futuro da pagare con la sofferenza, ma un momento da abbracciare incondizionatamente.
Non è una distrazione, non è tentativo di fuga dalla realtà, ma una benedizione dalla vita, è accettazione, è fiducia nel presente.
Non è una forma di resistenza alla complessità della vita, ma un ritmo che medica, un respiro a pieni polmoni, una speranza rinnovata.
Non è una negazione del dolore, ma una scelta che sappia dargli un valore, poiché così come avviene per quest’ultimo, accettare la felicità può implicare la necessità di attribuirgli un senso. Per questo la consapevolezza di cosa sia la felicità non è separabile dall’esperienza della sofferenza, come è possibile definire la prima, senza aver conosciuto la seconda e viceversa (?).
L’ansia così come il dolore possono dunque rappresentare una straordinaria opportunità per esplorare il nostro rapporto con la felicità, ribaltando la prospettiva per cui quest’ultima sia una dimensione esclusivamente condizionata da ciò che accade al difuori di noi.
Riconciliarci al nostro bisogno di vivere la gioia implica la necessità di chiederci se la felicità sia sempre una scelta possibile, se questa possa nascondersi nei dettagli, nell’essenzialità, nei tentativi di auto-sabotaggio e persino all’interno delle situazioni difficili.
La felicità non è un merito, ma un’opportunità, è una responsabilità da coltivare aldilà delle nostre contraddizioni, affinché le colpe possano lasciare spazio ai desideri.
Riconoscere la felicità è una forma di intelligenza. Perché molte volte la felicità ti passa accanto e tu non capisci che quello è un momento felice. Io oggi vi dico: questo è il tempo migliore della mia vita. Visto da fuori non lo è. Ho il cancro, ho il tempo contato. Dovrebbero essere elementi di non felicità. Ma non conta la cosa, conta il come. In questo momento ho scelto il come. (Michela Murgia)