Nulla è perduto

Di nathan Damioli

Ogni giorno usciamo di casa e qualcosa di terribile potrebbe accaderci. Ogni giorno ci alziamo dal letto e sappiamo che potremmo morire, l’unico potere che abbiamo è tentare di vivere al meglio il presente senza farci annientare dal terrore del futuro. L’unico potere che abbiamo è continuare a cercare lo sguardo degli sconosciuti senza vedere in loro dei nemici, ma sperando di trovare degli amici […] Il buio può parlare e non è detto che le sue siano soltanto parole dolorose.

(Simona Vinci – Parla, mia paura).

L’imperativo è restare in guardia, è il controllo del corpo, l’impresa è contenere il trasporto emotivo, è inscenare un’apparente disinvoltura alimentata dall’aspettativa di incontrarne altrettante come essa. Un’anonima irrequietezza ci costringe a vegliare un inesorabile panorama di opportunità e minacce, con la sospetta conseguenza di un’estenuante chiusura in un labirinto intricato da ogni nostra percezione e significanza. 

Siamo sommersi nella disperata speranza di poter camminare tra i salvati, sospesi, in tensione, precari, invasi dalle nostre preoccupazioni, definiti dalle nostre paure, tormentati, dalle ambizioni, dal confronto fra pari, dalla fomo, dalla sentenza assoluta di essere mortali. 

Che sia forse “rinunciare a tutto” il vero prezzo da pagare per il controllo? 

Del resto, l’idea di perderlo si rivela maestra nel saperlo mantenere, ma è una curiosità alla quale siamo ancora poco predisposti. Più educhiamo la nostra mente secondo certe coordinate, più essa si adatterà a quelle forme e l’iper-controllo lascerà spazio alle paure, toglierà il fiato, visualizzerà ogni pericolo, lo renderà reale. 

La responsabilità a cui siamo chiamati è dunque quella di pensare l’impensabile: è pregustare il piacere dell’attesa, è danzare un ritmo fuori tempo, abitare l’errore, accettare la casualità, accogliere la contraddizione, spezzare la corda prima che si faccia troppo stretta, risignificare l’incoerenza, sospendere il giudizio, è abbandonarsi alla libertà dolorosa che il controllo assoluto non ci appartenga.

L’impegno è dare voce alla paura, riconoscerla tra le ombre della nostra vita, dargli un nome, un colore, una forma e averne cura al punto di annullarla, è tracciare l’architettura della nostra gabbia per poterne demolire l’intera struttura. 

Allenare il controllo perdendolo potrebbe dunque tradursi in un esercizio quotidiano, in cui premeditare semplici disordini volontari possa coltivare il nostro spirito più resiliente e sciogliere le nostre tensioni più rigide. 

L’iper-controllo è la conseguenza più evidente dell’insicurezza, radicata a sua volta da una profonda sfiducia nella condivisione e nella comunità. Siamo dunque soli? O scegliamo di sentirci tali in mezzo agli altri? 

La prospettiva di chiedere aiuto, di affidarci, ci terrorizza, ci costringe erroneamente a misurare le nostre uniche forze e ci allerta da una realtà apparentemente incurante nella sua rappresentazione più caotica, indifferente ma soprattutto nemica. Abbiamo tutti bisogno di speranza, di sapere che c’è qualcuno che pensa a noi; eppure, abbiamo ridotto drasticamente gli spazi condivisi, rinunciato al privilegio di fermarci, traditi e fraintesi dal giudizio della compassione. 

La verità è che tutti abbiamo paura, ma a quale costo ci ostiniamo al presunto eroismo di affrontarla per conto nostro?

L’espressione di una volontà matura si cela nello scorgere oltre noi stessi l’essenza più umana della caduta, la generatività del fallimento, la cura nella crisi, una mano tesa verso la nostra, riscoprendo un immaginario in cui nulla è perduto, in cui lasciarsi andare è sostituire il voler essere con il fare, in cui il presente è l’unico tempo che conta.

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