-Il mio rifugio-
dove ritrovarmi, riposarmi e ripartire
Di Paolo giovanni zani e nathan Damioli
Cosa sento quando penso al mio rifugio?
Che significato assume questa parola?
È curioso pensare a come la si riconduca subito a qualcosa di piccolo, sicuro, raccolto, a volte nascosto… celato agli occhi degli altri.
È forse uno spazio fisico? O l’immagine mentale di ciò che rappresenta?
Si abita o ci si ritorna?
Un rifugio è tracciare un contorno tra ciò che ferisce e ciò che cura, tra ciò che ci fa paura e ciò che ci rassicura, tra ciò che ci stanca e ciò che ci ristora.
È trasformare, è strutturare una stanza in un luogo interiore, è sospendere il giudizio per dare voce al mondo che ci abita.
La filosofia di Bachelard ritrova questa rappresentazione tra le mura di una casa, ritagliando negli angoli un incastro perfetto per fare schiena alle nostre paure, in cui rannicchiarsi, in cui farsi piccoli di fronte a qualcosa che si è fatto troppo grande, in cui riscoprire l’essenziale.
Non si tratta di una via di fuga dalle nostre paure, tantomeno di un gesto di codardia, ma di una postura, in cui le ombre non scompaiono, ma si posano e si affrontano in modo lucido e sicuro.
Una postura che induce una posizione, un’apertura alla possibilità di riscoprirsi protagonisti di ciò che si è intravisto.
Dal nostro rifugio, guardando da una finestra, si anticipa il nostro futuro, lo si osserva con tutto ciò che d’inaspettato può celare e può risuonare.
Un rifugio diventa un sentire capace di fornirci riparo, un immaginario rassicurante, in cui concederci di fermarci e un limite superabile nel momento in cui ci sentiamo pronti a compiere il grande passo verso l’esterno.
La parola rifugio richiama una proiezione della speranza, una serratura da cui poter scorgere una verità che non potremmo vedere da vicino, un’attesa per guardare la paura da una certa distanza, un silenzio quieto e spirituale senza domande e senza pretese, un’opportunità generativa per osservare ciò che ci attrae ma allo stesso tempo ci spaventa.
Come scriveva Sergio Givone: “Andar alla ventura significa muoversi in uno spazio aperto, dirigendosi verso l’ignoto, lasciarsi sorprendere dall’imprevisto, interrogare ciò che ci è estraneo.”
“Andar alla ventura” implica un’assunzione di responsabilità, poiché il futuro ci chiede di uscire dal rifugio attraverso una scelta, una decisione che diviene un rischio ma allo stesso tempo l’espressione di un potenziale.
Finché non ci sentiamo intimamente pronti di assumerci quel rischio, il rifugio ci consola e ci aiuta a prepararci.
Secondo Simone Weil, il rifugio non è un tempo in cui agire (posizione) ma un tempo in cui essere, (postura), per lasciare che la paura tocchi terra senza fare rumore, per ritrovare nella sospensione un senso autentico di libertà.
Senza quella postura ricercata e ritrovata non si può individuare una posizione che ci spinga ad uscire una volta pronti.
Trovare rifugio è un atto di narrazione, di racconto, di scrittura, significa creare una distanza narrativa che non neghi la realtà, ma al contrario, la osservi con rispetto, la comprenda, le restituisca una forma, la interpreti fino a ricostruire significati in cui possa essere abitata e vissuta.
Trovare rifugio nelle parole di una storia significa dare dunque un senso al tempo capace di mettere in relazione esperienza e azione, proiettando ricordi e vissuti verso nuove forme di rappresentazione e di struttura di sé.
La ricerca di un posto sicuro non si esaurisce all’interno di uno spazio interiore, ma risuona profondamente anche nell’incontro sensibile con l’altro, in cui la reciprocità rappresenta uno spazio in cui farsi ospiti e accogliere il bisogno di prossimità che rivela la verità di ciò che siamo.
Anche la relazione diventa quindi uno spazio di rifugio, in cui la persona possa ricominciare a fiorire nelle braccia di qualcun altro, in una parola di conforto, nella presenza costante o persino nella condivisione di un silenzio che medica, una dimensione di umiltà e di umanità sulle spalle di chi, non sentendosi pronto, decide di affidarsi.
Non dobbiamo dimenticare che la cura di un luogo sicuro si cela persino nella ritualità dei gesti, la cui ripetizione non solo trasforma azioni ordinarie in straordinarie e in esperienze di significato, ma restituisce armonia e continuità ad una quotidianità sempre più frenetica e frammentata.
Questo rifugio, per non divenire prigione, ha bisogno di un’energia umana che vive di speranza e si nutre di umiltà di fronte all’inaspettato.
Anche frugare nella propria memoria si rivela una coordinata da percorrere, un luogo sicuro non si codifica necessariamente in una dimensione presente, ma si potrebbe nascondere tra i cassetti del nostro passato, da poter riaprire anche una volta cresciuti, all’interno di un contenitore di ricordi e di emozioni che continuano a plasmare il nostro immaginario.
Il rifugio della memoria rievoca un senso di protezione, in cui riaffiora il ricordo di chi siamo, fortificando l’identità delle radici a cui sentiamo di appartenere.
Anche l’arte e la natura si rivelano una dimensione in cui sperimentare la ricerca di uno spazio sicuro, la filosofia di Kant ci ricorda come queste rendano percettibile la ricerca di un ordine dell’esistenza, un tempo che accoglie, che aiuta a sentirsi integri, capace di riconciliare ragione e sentimento.
Il passato e il presente di una persona hanno bisogno di un futuro per generare e liberare energia: tutto ciò che fino a quel momento si è cercato, curato, strutturato e preparato nel nostro piccolo intimo desidera essere dichiarato e condiviso per la sua unicità, nel desiderio di una vita vissuta da protagonisti.
In fin dei conti come diceva Ernest Hemingway nel romanzo “Per chi suona la campana”:
“Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi. È stato così tante volte.”
Le parole si riflettono nell’immagine di un protagonista che diventa eroe vivendo la propria quotidianità e tutto ciò che essa gli presenta.
Lo fa con la sua umanità, attraversando la paura e trasformandola nel grande coraggio dei piccoli gesti di ogni giorno.
La necessità di abitare questi spazi ri-generativi rappresenta un atto di cura preventiva dell’esperienza della soglia, una tensione dalla quale poter contare gli ultimi passi prima di poter spiccare il grande salto.