Un sogno giusto
di nathan Damioli
Che si tratti di un’utopia concreta o di un’illusione invisibile, la speranza, da sempre, si consacra nella storia come forza propulsiva dell’agire umano.
Essa si definisce in ciò che non è ancora, nell’idea di bene con cui osserviamo il mondo che ci abita, nel rifiuto di accettare la realtà, nella proiezione di sé verso un futuro attraversato dal cambiamento.
Nella sua trascendenza, il sentimento della speranza richiama ad un’esperienza intima capace di riconciliare il passato e il futuro nel tempo presente, riscoprendo nuovi margini di significato della fatica, della contraddizione e del dolore.
La speranza è un’espressione fondamentale della dignità e della sopravvivenza umana, è il coraggio di continuare a lottare anche quando la vittoria non è assicurata, è un punto di contatto tra passività e azione.
La speranza è un luogo di soglia, è sospensione, è fiducia in un tempo invisibile, è un silenzio più rumoroso della paura.
In molti sostengono un’idea della speranza come un’aspettativa ingenua, come un’illusione che distoglie l’attenzione da ciò che è reale; credo invece che sia in realtà un sogno giusto in grado di nutrirsi di sfumature e consapevolezza critica.
La speranza è infatti un’apertura verso ciò che non possiamo controllare, è lasciare spazio a qualcosa che potremmo generare e a qualcosa che dovremmo accogliere con cura, la speranza è amare la vita anche quando sembra voltarci le spalle.
Sono poche le volte in cui ci ritroviamo ad avere il potere sul frutto delle nostre azioni, tuttavia, la consolazione di poter contare solo sulle azioni, rende la speranza una soluzione possibile, per cui troviamo il coraggio di rischiare, di prendere il largo, indipendentemente da quello che sarà il risultato.
Non è un caso, infatti, che l’etimologia della parola latina “spes” esprima la tendenza verso una meta, la stessa per cui siamo in movimento, per cui scegliamo di non arrenderci, per cui accendiamo i nostri desideri anche di fronte alla delusione.
La speranza non descrive esclusivamente una dimensione circoscritta all’individualità, ma rappresenta una forma di tensione verso l’altro, è una disponibilità a farsi spazio, a farsi voce, a credere che le storie abbiano ancora il potere di generare realtà nuove.
La narrazione non è un semplice raccontare: è un atto di resistenza, un’arte per ricucire lo strappo tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
La speranza non è una cosa semplice, è un impegno e una responsabilità morale che si radica anche all’interno delle nostre scelte quotidiane più piccole.
La speranza è persino un processo di condivisione collettiva, che consola ma soprattutto che ci contagia, è addirittura un gesto controcorrente in cerca di legami e giustizia all’interno di una società sempre più rassegnata.
La speranza nasce proprio qui: dall’unione di fragilità, nell’intelligenza collettiva, nella somma di voci che si ascoltano e si danno forza a vicenda.
La speranza non si coltiva nell’individualismo: da soli si può resistere per un po’, ma prima o poi ci si spegne.
Invece, quando si condivide una visione, quando si creano legami veri attorno a qualcosa che si desidera cambiare o costruire, anche le situazioni più difficili iniziano a sembrare possibili.
Non si tratta di ingenuità o di speranza vana, è la maturità di una scelta: quella di non lasciare che la sfiducia ci separi, di sentirci forti semplicemente perché siamo insieme.
La speranza non è tanto la certezza che le cose andranno bene, ma la convinzione che valga davvero la pena provarci.
Sperare significa credere che le storie degli altri ci riguardino, che le ferite degli altri possano diventare anche le nostre, perché nessuno, in fondo, si salva davvero da solo.